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mercoledì 17 giugno 2015

Marco Flaminio Rufo incontra il cavaliere

Le mie prove cominciarono, ho detto, in un giardino di Tebe. L'intera notte non dormii, poiché qualcosa combatteva nel mio cuore. Mi levai poco prima dell'alba; i miei schiavi dormivano, la luna aveva lo stesso colore dell'infinita arena. Un cavaliere sfinito e insanguinato
veniva dall'oriente. A pochi passi da me, cadde giù dal cavallo. Con debole voce affranta, mi chiese in latino il nome del fiume che bagnava le mura della città. Gli risposi che era l'Egitto, che le piogge alimentano. Altro è il fiume ch'io cerco, replicò tristemente, il fiume segreto che purifica dalla morte gli uomini. Oscuro sangue gli sgorgava dal petto. Mi disse che sua patria era una montagna che sta dall'altro lato del Gange e che su quella montagna era fama che se qualcuno avesse camminato fino all'occidente, dove ha termine il mondo, sarebbe giunto al fiume le cui acque danno l'immortalità. Aggiunse che presso la sua riva s'innalza la Città degl'Immortali, ricca di bastioni, anfiteatri e templi. Prima dell'aurora morì, ma io decisi di scoprire la città e il suo fiume. Sottoposti a tortura, alcuni prigionieri mauritani confermarono il racconto del viaggiatore; qualcuno ricordò la pianura elisea, al confine della terra, dove la vita degli uomini è durevole; altri, le cime dove nasce il Pactolo, i cui abitanti vivono un secolo. In Roma, conversai con filosofi che sentenziarono che prolungare la vita degli uomini era prolungare la loro agonia e moltiplicare il numero delle loro morti. Ignoro se credetti mai alla Città degl'Immortali: penso che allora mi bastasse il compito di cercarla. Flavio, proconsole di Getulia, mi dette duecento soldati per l'impresa. Reclutai inoltre mercenari, che si dissero esperti delle strade e che furono i primi a disertare.